lunedì 30 aprile 2012

Tutta sola nella casa vuota




E' ancora difficile ritagliarsi un posto per stare con te. Facevo gli stessi pensieri 10 anni fa ma erano più puliti, senza grinze, anche se grinze, effettivamente, è meno indicato di rughe. Lì la colpa non fu la mia ma dei divieti, degli obblighi, dell'educazione. Non mi piace questo mio modo di esprimermi, come se avessi 100 anni e pochi libri letti al mio attivo.
Ma davvero ho pochissimi libri letti al mio attivo e a volte penso che i numerosi film che guardo siano solo una scusa per non impegnarmi.
Potrei fare di più, potrei, ma non mi impegno. Sento l'ego stretto tra le pareti di cartongesso intorno alla stanza.
In questa casa si sente tutto, ma proprio tutto. Non ho libertà di espressione.
Che cosa succederebbe se mi lasciassi da sola? 
La casa mi parrebbe più grande? 
Che me ne faccio di un tetto più alto sopra la testa?

domenica 18 marzo 2012

Una cassa di aranciata, di te




I didn't believe it could be possible to stay without water for so long.
I didn't believe but then I changed my mind and I realized that you had better things to offer to me than something colorless, tasteless and odorless.
You're surely thinkin' to wine, or beer, brandy maybe.
But I, I just want to drink a case of orange juice of you, Darling.
A funny thing, tickles the tongue, bitter aftertaste, reminds me of spring, or kids.
Yes, if I could, i'd just want to drink a case of orange juice of you, Darling.
I could stay with no blankets, no clothes, no food and no roof but please,
don't take me away from the little cat that softly scratches my throat everytime you gently kiss my girly lips.
I will not live another day without a case of orange juice of you, you know, Darling.

venerdì 10 febbraio 2012

Il tizio che guida la metro (parte seconda)




Mettiamo che il tizio che guida la metro si sia sempre posto il problema dell'essere o meno un passeggero qualunque nell'arco di tempo in cui non compie le sue abituali mansioni lavorative.
Mettiamo che non "prenda" la metro da circa 10 anni.
Dieci anni prima del "giorno della sua insana follia", il direttivo oscuro dell'ATM gli aveva affidato il sacro compito di riportarli tutti a casa, o a fare la spesa, a scopare con l'amante stipata in fondo ad Abbiategrasso, a fare da babysitter ai figli della figlia che ha troppo lavoro per andare a giocare e via discorrendo.
Mettiamo che un giorno decida di mettere da parte i frutti fobici della sua deformazione professionale e approvi l'idea di calcare la soglia verde che, dal forum d'Assago, giunge dolcissima fino al più remoto nord Milanese.
Stoppando l'immagine, come nei migliori film postmoderni dagli anni '90 da "Sliding doors" a venire, il protagonista non potrebbe fare a meno di mettersi a riflettere con lo spettatore ed elencare le fatidiche tre, perché sono sono sempre tre, possibilità che gli si pongono davanti mentre sta in bilico sul suo confine esistenziale:

1- Il tizio che guida la metro non è più molto bravo con l'equilibrio così, come volevasi dimostrare, cade su una ragazzina cinese che, aridanghete, sta silenziosamente piangendo. Lui le chiede se può esserle d'aiuto, lei si sfoga, i due diventano amici, inizia il film drammatico con sfondo sul lavoro minorile.

2- Il tizio che guida la metro prende posto accanto ad un uomo di mezza età, baffuto e col cappello da uomo Moretti, intento a scrivere nervosamente su un taccuino di pelle. L'uomo Moretti scrive e scrive e guarda l'orologio da polso e scrive e rimette la mano nel taschino e riguarda attentissimo le sue lancette dorate.
Il tizio che guida la metro ne approfitta e gli chiede l'ora. L'uomo risponde in una strana lingua dell'est e si gira di scatto, quasi arrabbiato. Cosa ci sarà mai su quel taccuino di così importante da non poter rispondere alla più banale delle domande? Pellicola sullo spionaggio. Classic.

3- Il tizio che guida la metro non si intende di film d'azione ma c'è una cosa davvero classica che almeno una volta è passata a ognuno di noi nella testa quando calchi quella famigerata soglia. E se la porta centrale, quella in fondo al vagone, si aprisse durante la corsa e un turbine d'aria fredda e potente portasse via gli ignari passeggeri dando vita ad uno dei più catastrofici blockbuster hollywoodiani?

Il tizio che guida la metro viaggia molto con la fantasia, si sa, ha un sacco di tempo per pensare. La sua più grande sorpresa una volta salito a bordo, però, l'ha riscontrata nell'affinata tecnica con cui, i passeggeri di quel vagone, hanno continuano la loro corsa guardando per aria, fissando nessuno, parlando di niente.

- Tutta la gente l' ha fuori sta uccidendo i miei sentimenti- Pensa nella sua testolina pelata.

E' bello tornare nel muso del vagone

domenica 29 gennaio 2012

Il tizio che guida la metro (parte prima)



Il tizio che guida la metro non lo guarda mai nessuno.
L'autista dell'autobus, si.
Perché nessuno lo guarda? Perché nessuno fa caso alla sua presenza? Perché ti passa velocissimo davanti alla faccia e non riesci a scorgere nemmeno per un attimo che cosa gli passa per la testa?
Io ne ho visto uno l'altro giorno, prima di andare all'università. L'ho visto e ho pensato che fosse stupido non provarci, non tentare almeno per un secondo di capire che cazzo abbia in mente. E' una rarissima creatura, mistica e antropomorfa. Mezzo uomo, mezzo Metro. La parte per il tutto, insomma.
Il tizio che guida la metro è decisamente meglio di ogni autista di autobus possibile ed immaginabile. Anche se entrambi fanno, più o meno, sempre lo stesso percorso. Entrambi si rompono innegabilmente i coglioni. Ma c'è una differenza sostanziale e decisamente rilevante che li distingue. Tale differenza è riscontrabile nel vuoto, nel buio di fronte al tizio che guida la metro. E non ci vuole poi molto a capire che, al di là del soffondo da rotaie che marciano irruentemente sui binari, la sua mente ha il totale potere di viaggiare nell'oscurità che gli si  presenta di fronte. Un'eterna galleria dove la radio non funziona mai, neanche a pagarla, ma i neuroni si. I neuroni danno un party degno delle migliori rock star.
Il tizio che guida la metro ha la mia stima e il mio rispetto totale, perché mentre io sono costretta a immaginare le cose nei vincoli dei miei occhi, della loro strategica apertura, lui può fare quello che gli pare.
Può sentire le palpitazione dei cuori di due adolescenti distesi verticalmente sulle rotaie, ad aspettare l'ebbrezza della morte appena scampata.
Lui può vedere migliaia di topi correre alla velocità della luce nella sua stessa direzione. Li può vedere scappare, li può persino immaginare mentre sfrecciano incontro al loro pifferaio magico.
Il tizio che guida la metro ha anche una grossa fortuna. Senza fare il minimo sforzo può godersi l'immortale spettacolo che l'aura dai sette colori ci regala ogni tanto quando fissiamo una luce.
E' una piccola delizia del cuore per ogni bambino ma lui, lui può vederla sempre.
Ogni volta che incontra l'abbraccio di un altro vagone, si gode lo scontro di due luci che diventano un unico fascio, un sole accecante come non se ne vedono più da tempo.

sabato 26 novembre 2011

Andiamo a giocare all' Allegro chirurgo



Quando sfiori i confini e scatta l'allarme ti viene sempre un leggero brivido d'adrenalina, ma TU sai che puoi ritentare.

E' nella logica del ritentare che la famiglia di Hugo ha deciso per lui di portarlo a giocare in un posto lontano da casa. Un luogo dove i bambini conoscono bene le storie di ogni singolo animale proprio come lui.
E' uno zoologo nato ma ha anche attenzione per la matematica, per le forme, per il tono con cui gli parli.

- Noi stiamo facendo finta, vero piccolo Hugo?

E' una spugna, un genietto spugnoso piccolo piccolo, ma proporzionalmente molto molto grande.
Piccola mamma Mia lo sogna spesso ultimamente. Lo vede sopra un elefante, in mezzo alla savana che gli piace tanto. Hugo conosce tanti tipi di savana ma Piccola mamma Mia, no, adora che le insegni.
A lui piace salvarla come fosse una principessa imprigionata, o un erbivoro dinosauro via dall'estinzione.
Piccola mamma Mia ha inventato un animale apposta per lui, glielo ha messo su carta, ma l'unica risposta che ingegnosamente ha ricevuto dal suo bambino è stata che era assolutamente ruffiana e fuori tema. Le sue, però, erano parole molto meno arzigogolate e sicuramente di maggiore effetto.
Adesso che ripartirà per un posto bellissimo, pieno di pareti colorate e giochi e altre piccole mamme che lo osservano giocare Piccola mamma Mia è un po' preoccupata.
Non è facile lasciare che altre piccole mamme e piccoli papà lo osservino giocare. Piccola mamma Mia è così lontana, ormai da anni si vedono solo la notte.
E se gli occhi delle piccole mamme e dei piccoli papà lo portassero via da lei e dai giochi che tanto insieme gli piaceva fare non potrebbe perdonarsi d'esser stata via così a lungo.
Di non avere giocato abbastanza. D' aver staccato le mani nel turbine del suo solletico per paura di fargli male. D'aver detto di no ad una torta insieme per proteggere il pancino del suo piccolo Hugo.

Piccola mamma Mia è stata via troppo a lungo, è ora di tornare per portarti via dall'Allegro chirurgo.

giovedì 20 ottobre 2011

This Must Be The Velvet Place




Sorrentino è un sarto. Comprendo perfettamente che la metafora possa essere inflazionata quando si parla di un regista, me lo son sentita ripetere più volte in questo periodo. Il regista (ma il montatore soprattutto) è come un sarto che con estrema pazienza cuce a mano ogni angolo dell' idealistico completo che venderà alla sua clientela.
Sorrentino è un sarto, ma è uno di quelli ricurvi sulla macchina da cucito, coi calli nelle mani, gli occhi stanchi per la troppa applicazione e il piede che trema nervosissimo sul pedale immaginario che si porta dietro anche quando torna a casa dal lavoro.
"This must be the place" non è un film all' americana, gli orli inimitabili sono di matrice italiana come i migliori abiti del mondo. Sean Penn ha la delicatezza di un colletto portato appena appena in su' come un uomo elegante a cui frega poco che ciò che ha indosso sia macchiato di nero e di rossetto. I suoi capelli sono come le nuvole nere che immaginariamente rincorre nel film mentre si trova alla disperata ricerca del destinatario della vendetta paterna. No, Sean Penn non è assolutamente Robert Smith a me ha ricordato Lou Reed. Quel tono di voce che ti prende un po' in giro, l'animo dell'infante che non si sente amato, l'odio per se stesso e l'amore per gli altri. Gli altri stanno sotto di lui, e sono un coro di bottoni cuciti uno ad uno. Un coro di bottoni non si stacca mai così facilmente. La tua camicia, caro spettatore, ha una vestibilità perfetta e Francis McDormand è una moglie che non si trova più. Quella rockstar impaurita dal mondo fa l'amore con lei da 35 anni e non ha mai smesso un giorno di soddisfarla.
- Tu non sei depresso, forse confondi la depressione con la noia...
Non ricordo esattamente la battuta ma so per certo d'aver riflettuto più volte sul concetto.
Avevo bisogno di vedere un buon film per ricordarmi che certe sensazioni non cambiano neanche nei momenti più contorti della vita. Il tuo umore non scambia mai l'emozione autentica, se di questa si tratta, e i tuoi crampi te li godi tutti, non hai voglia di mangiare e non ti senti male.
Cheyenne, come molti di noi, ha imparato a fumare, ma quando lascia le nuvole nere per tornare a sorridere teneramente di fronte alla madre di Mary sai già che un po' ti mancherà il suo sguardo bambino. Paolo Sorrentino, con le sue inquadrature accoglienti ti fa sentire come se stessi un po' sfatto e stanco, svaccato sul sedile laterale del pick up di Cheyenne a fargli silenziosamente compagnia e ridere alle sue strane battute.
Io non ho dimenticato David Byrne. David Byrne è un vero artista, è un uomo di Dio, è la commozione di Penn dopo l'esecuzione della sua naive melody. Ha tanti capelli bianchi quanti colpi di genio e si sa, un buon sarto non può far a meno del tocco d'artista.

giovedì 13 ottobre 2011

Malick senza scarpe



Malick ha una sposa innamorata, gli porta il thé e gli allaccia le scarpe la mattina. Ogni nodo è un pensiero da ricordare. 
Il primo ripete a Malick che la sua è una sposa adorata. Si annoda più stretto ogni volta che cerca altri occhi.
Ti si blocca la circolazione e non riesci a camminare.
Il secondo ripete a Malick che la sua è una sposa profumata. A Malick piace il gelsomino, gli si contorce il naso se ne cerca l'odore sui colli degli altri.
Il nodo si stringe, il piede si arrossa e non riesci a camminare.
Il terzo ripete a Malick che la sua è una sposa illuminata. Conosce i luoghi dove correrebbero le ciglia del suo sposo curioso e le spalle sulle quali poggerebbe le labbra. 
Il terzo nodo è il più semplice da sciogliere. Si trova in superficie. Ma Malick ogni giorno si china e riallaccia il suo nodo, lo tiene ben stretto fino alla sera.
Il nodo ti stringi, il piede si arrossa e non riesci a camminare.
Malick ha passato una buona giornata. Il primo e il secondo nodo si son stretti più forte una sola volta sta mattina. La notte la sposa gli toglie le scarpe e si china supina accanto a lui. Malick la bacia, le è grato di averlo incatenato. Ma quando chiude gli occhi, sogna.
Malick senza scarpe incrocia gli sguardi, odora i colli, muove le labbra e balla e balla e balla.
Senza scarpe ha le ali di Hermes sul calcagno e senza scarpe è il Dio dei ladri e del guadagno.
Malick senza scarpe ha una moglie adorata, vorrei poterle dire quante volte le ha già spezzato il cuore.









venerdì 30 settembre 2011

Non inscatolarmi



M: ti prego, non inscatolarmi!                                  
Disse la Matrioska al Burattinaio. 
B: ti ho chiesto se eri pronta per il trasloco e tu hai risposto di si.
M:  la verità è che non credevo affatto di potermi sentire così male messa lì dentro con gli altri giocattoli.


B:  ne abbiamo già parlato. Il fatto che tu possa contenere 4 piccole te nella tua pancina di legno non significa che tu abbia dei vantaggi rispetto agli altri giochi. 
M: ma io...
B: niente ma! Domenica si parte. La grande città ci aspetta. Starai nella vetrina del negozio di giocattoli più bello che si sia mai visto.                                                                                
M: preferivo quella vecchia...

I toni del suo volto si adattarono al broncio, le fu più consono al momento. Il dramma dell'essere un classico della giocattoleria finisce inevitabilmente per ritorcersi contro. Il dramma di essere un classico con un difetto ti perseguita a vita.
Non importa che tu sia un balocco intramontabile, la grande città porta giochi sempre nuovi a spazzarti via dagli scaffali. Ci sono marionette molto più disponibili a farsi manovrare e una Matrioska che rifiuta di farsi aprire non serve proprio a nessuno. 
"Sei una matrioska che non vuole compagni di giochi!", così le gridava il Signor Burattinaio che pure era stato tanto buono con lei e non l'aveva mai buttata via seppur difettosa. 
Lo scrigno più interno di M era impossibile da aprire. I bambini non amano le matrioske che al posto di avere una piccolissima copia di sé all'ultimo stadio del percorso, hanno un minuscolo cuore umano di legno. E' poco bello alla vista e poco utile ai giochi. Lei, questo, aveva dovuto impararlo a sue spese quando l'unico bambino che aveva deciso di acquistarla l'aveva riportata al negozio in seguito all'amara sorpresa.

M. non vuole conoscere il buio dello scatolone. Ha il ricordo ancora caldo della prima volta in cui la tirarono fuori di lì. Era molto speranzosa e coloratissima. Si sentiva il giocattolo più bello e non vedeva l'ora di donare "il suo cuore" al bambino che l'avrebbe scelta. 
Più di venti anni sono passati e dal ritorno dalla casa del fanciullo nessun' altro aveva voluto acquistarla.
Lo scatolone le toglieva la luce che ogni tanto faceva ancora brillare il rosso della sua pancina e il giallo senape del velo che i certonisini giocattolai russi le avevano dipinto intorno. 
Una matrioska non respira. Ma lei aveva il cuore.

martedì 20 settembre 2011

Strucailbotton


Ultimamene ho riflettuto sulla suspense da OK il prezzo é giusto. Mi sembrava molto calzante come immagine descrittiva del mio stato d'animo. 
Io sto qui, davanti a quella ruota che giiiiiiiira e giiiiiira e la gente continua a gridare CENTO CENTO CENTO! e io mi guardo attorno e vedo solo le spalline giganti della mia giacca anni '80 a definire il campo visivo.
Il lavoro del concorrente da quiz è sfiancante. Per tutta la puntata non sai se vincerai, quanto e soprattutto ti chiedi quando??? Non so se ho la stoffa giusta per guardare lucidamente alla mia condizione.
Vi inviterei adesso a diventare Uomini con la macchina da presa e visualizzare la scena:
Il conduttore inamidato mi osserva col suo sorriso falso e bonario e aspetta quei due minuti esatti per darmi la risposta.Io ne sento 24 (non di minuti ma di ore).  Cristo! Sono venuta fin qui per celebrare il vostro capitalismo elettrodomestico, abbiate pietà e non fatemi aspettare ancora!
L'inquadratura comincia a raccogliersi sul viso e poi sulla bocca del presentatore infarfallinato. Un rallenty mi ricorda maldestro mi ricorda che forse sto immaginando ma va bene, cerchiamo di far calzare la cosa.
Sbiascicando paroline percepite come ACCE mi dice che la mia risposta è errata ed io devo tornare a casa.
Il campo visivo torna ad allagarsi per poi scendere in picchiata sulla mia lacrima concorrenziale.
NON DOVEVO METTERE IL TALLIEUR ROSA!
Il carrello torna al pubblico pagato perché si prepari ad accogliere un nuovo concorrente con la giusta dose di finto entusiasmo. Ti assicuro che quando stai lì in mezzo ti rendi facilmente conto di quanto la gente rosichi per un tuo eventuale nuovo, bellissimo, scintillante tostapane.

"Dal design unico ed inimitabile il tostapane Flavia tosta anche vostra madre! Figuranti invidiosi che non siete altri!"

Ooh si...la scena dello sbrocco del presentatore colto da un impeto di moralità mi darebbe un enorme senso di ristoro.

Negli ultimi giorni mi sto davvero impegnando. Sto cercando con disperazione di far credere alla gente che un uomo che ammazza soltanto i cattivi può considerasi un eroe se cerchi di vincolare la tua legge morale agli angoli della narrazione. Non so se i vietcong sarebbero stati d'accordo ma per quanto riguarda la condizione empatica di uno spettatore è abbastanza facile ritrovarsi ad essere carnefici quando lo schermo al plasma ti protegge dalle punizioni per le tue magagne.
Mi compiaccio della qualità della mia videocamera mentale. Pochi effetti speciali ma un prodotto di sostanza.
Spegnerla è semplice, è guardare dove ho tenuto le dita per tutto questo tempo che mi risulta complicato.

Le mani sulla tastiera di questa mattina milanese non sono diverse da quelle che vi ho poggiato in passato.
Ho bevuto dalla mia caffettiera come se nulla fosse anche a centinaia di kilometi di distanza.

sabato 13 agosto 2011

Rock the Casbah Fest giorno 2: Il golpe alla Pigrizia



Una frase spesso giunta alle mie orecchie e a volte (aimè) anche pronunciata dalla sottoscritta dice:
- Cosa vuoi farci, è un problema di cultura.

Il secondo giorno del “Rock the casbah” conferma che un’ affermazione del genere non solo è banale ma in certi casi (e mi darò enormi picconate sui piedi se mi sbaglio), è anche deleteria.
Cercherò di spiegarmi meglio. Se la piccola piazza di S. Michele era piena fino all’orlo, tanto che si vocifera siano stai in 2000 per la seconda serata, non è perché il lungo lavoro dello staff del Rock the Casbah avesse sconfitto l’eterno male dell’anti-cultura, la vera battaglia vinta era quella della lotta ad un male che in fondo affligge tutto il nostro amato stivale: la pigrizia.
Se l’Italia è diventata il buffone della sorte d’Europa pur detenendo un patrimonio artistico invidiato dal mondo non è certo per una mancata sensibilità al bello. L’italiano ha il culto del bello nei neuroni, ce l’ha nelle vene. Il bello è la sua linfa vitale. Se il nostro paese legittima ( e questa sarà la mia prima ed ultima nota politica) determinati lestofanti a legiferare non è certo per stupidità, non siamo poi così gonzi da non accorgerci che un pappone d’alto borgo ci renderà i primi ad esser spazzati via dalla furia del 2012. Io direi che no, non è un problema di cultura. Come ho già detto, è frutto delle dinamiche dettate da un male molto più subdolo, meno visibile nella gestualità o udibile dalla gratuità con cui la gente dissemina parole e gioca con la loro “importanza”. Si perché come diceva Moretti (ammetterò che questa frase mi è stata molto ripetuta in vita) “le parole sono importanti” e allora diamo un nome alle cose.

Il 10 agosto 2011 è stata la “Giornata Provinciale contro la Pigrizia”. In una improbabile campagna pubblicitaria un uomo di mezza età dallo sguardo severo ma dal cuore buono, guarderebbe dritto in camera con fare alla Uncle Sam e direbbe:
Mazara ha detto no alla posizione del Buddha sulla sedia di plastica in mezzo alla strada! Mazara ha detto no agli ingorghi da raccordo anulare su via Garibaldi! Mazara ha detto no al tipo che fa il karaoke a Piazza Mokarta che è talmente fastidioso da trasformarci tutti in Gravilo Princip dalle sette di sera a mezzanotte!

A me me piace divagare, me piace straparlare, me piace ggiocà. Il punto però al di là delle mie divagazioni idiote sta nel successo ottenuto nonostante (e per fortuna) una line up “di cultura”. Il comune di Mazara ha speso in passato tantissimi soldini per i POOH. Con tutto il rispetto per i pionieri del pop-rock all’italiana (dove sarebbe Ligabue e il suo gilet altrimenti) qui ne son stati spesi molti meno e s’è fatto proprio un bello show.

All’apertura i Bananalonga, gruppo marsalese un po’ surf, un po’ rock and roll, un po’ caraibico un po’ divertente (anzi molto devo dire) capitanato dall’ironico Fabio Genco, stupendo con i suoi “Gracias…gracias…gracias” . Grande il mio stupore nel vedere gente di ogni età muoversi ondeggiando in stile “Hula”.

Subito a seguire il set acustico del Folk the Casbah con la suggestiva performance di Monique degli Honeybird and the Birdies. Uno spettacolo così ricco di contaminazioni di origini diverse da perdere il senso dello spazio e del tempo. Quando Monique canta percepisci che la somma dei colori che indossa è solo una piccolissima parte di quanto la sua fantasia possa e spaziare nei meandri della terra e trasformare le sensazioni in suono. Il pubblico era entusiasta e ancor di più lo è stato quando Simona Norato (già presente la sera prima con i Di Martino) si è unita in un coro appassionato.

A volte ti capita di vedere come una certa empatia si possa creare in pochissimi secondi quando (pur facendo musica totalmente diversa) alcuni musicisti si scambiano gli sguardi. Questo è quello che è accaduto quando dal palco principale , mentre Honeybird suonava ancora sul suo intimo palchetto, i Waines hanno cominciato ad accompagnarla seguendo una linea ascendente fino a prendere lentamente le redini del festival.


Adrenalina allo stato puro. USA straight to Sicily and return. Pezzi di “STU”, pezzi di “STO”, Flow the river flow, let me be l’ intramontabile, io che perdo la voce dopo 5 minuti esatti perché devo imparare a parlare di diaframma maledizione! Time machine, pezzo rivelazione dell’ultimo album,
il Mississippi pieno zeppo d’ anguille!
Non potevo essere discorsiva parlando dei Waines, avrei fatto loro un torto. Perché non ci suono vuoti nei brani di questo gruppo palermitano, non lo senti che gli manca il basso. L’unica cosa che riesci a percepire è il suono della vera malinconia alla Cadillac Records mescolarsi con il blu dei giorni nostri.

Subito dopo, la breve ma intensa esibizione del giovane ed eclettico Carpa Koi, abile miscelatore di folk siciliano e cantautorato contemporaneo.

C’è chi ha detto che la nota dolente del festival è stato il fatto che i Calibro 35 hanno suonato per troppo tempo. Ora, non voglio fare la solita “ascippa miluddra” della situazione ma onestamente il tempo mi è volato. Il progetto di Enrico Gabrielli e compagni è un qualcosa di così complesso ed è frutto di un lavoro così intenso che non può sentire il limite dell’ HANNO SUONATO TROPPO. Se solo ci si fermasse a riflettere su quanta minuziosità si possa ritrovare nella loro musica, quanta storia (perché di narrarla si tratta), esiste dietro ogni pezzo ci si godrebbe a pieno il groove elettro funk di “Convergere in Giambellino” (POPOPOPOPOPOPOPOPO POPO POPOPOPOPOOOP!! per noi che abbiamo fatto i cori), l’atmosfera ansiogena di “Milano odia la polizia non può sparare” e “Summertime Killer” a go go. I Calibro 35 non hanno suonato troppo, hanno suonato quanto bastava per tenermi sul filo del rasoio fino a quando hanno eseguito la loro splendida versione di “ Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” che (per tornare brevemente alla politica) è un film che conferma a pieno la mia tesi iniziale.

Lo staff del Rock the Casbah, puro nel suo essere ancora bambino, non ha conosciuto il senso della pigrizia. Se ne è infischiato alla grande del “problema della cultura” ed è riuscito a portarla gratis a tutti voi. Sarà forse per questo che i due giorni di Paolo Tedesco e soci son venuti fuori così bene.
Yok

venerdì 12 agosto 2011

"Rock the Casbah Fest" giorno 1: Mazara Cambia Idea



09/08/2011
Mazara del Vallo
(terra di sole, di mare, di controversie e pace e
patria combattuta della Yoko Mandorla)

E nasce tutto dall’impossibilità di credere di poter vedere qualcosa di bello, qualcosa di veramente bello nei vicoli in cui cresciuta. E la decisione di iniziare a scrivere questa mini-raccolta di sensazioni con una “E” perché in fondo è come se avessi cominciato questo mio pensiero molto tempo fa, quando avevo lasciato questo posto per cercare occasioni migliori e far fuggire il mio cervello. Ritornare qui a Mazara del Vallo, provincia di Trapani, codice postale 91026 (imballa la tua valigia perché le poste potrebbero perderla) e vederla diversa e luminosa pur nel buio del quartiere arabo ti fa bene al cuore. Ti fa sentire a casa, quando casa non hai mai saputo chiamarla.
La realtà della Sicilia è molto più dolce e più delicata di quanto si pensi, anche se a farti le carezze sono le chitarre elettriche e i colpi ben assestati sulle casse. Il “Rock the Casbah fest” , tenutosi il 9 e 10 agosto nel quartiere arabo dei mia controversa città, coccola gli appassionati di musica come fosse la loro nonna. La stessa che li obbliga a mangiare un boccone in più di parmigiana perché: 

- Figghia mia, si sempri fora, sti cosi quannu ti l’ha manciari!


In ritardo sulla tabella di marcia ma in anticipo nella mia cassa toracica, Colapesce ha aperto questa seconda edizione. Pacato nella voce come nelle sue espressioni facciali, Lorenzo Urciullo, mezzo uomo e mezzo sarda (e si che è magrolino il ragazzo), leader del progetto Albanopower ci promette grandi cose senza nemmeno proferire parola. Glielo leggi negli occhi insomma.

“Un hard disk pieno di poesie, non vale nulla se non ci sei tu” è una frase che riassume facilmente quella meravigliosa bipolarità che è il segno distintivo di questo musicista. A sentirla per intero, “Fiori di lana”, ti accorgi che Colapesce ha in sé la delicatezza di tuo padre che ti racconta una fiaba prima di andare a dormire e la sua stessa durezza, quella di chi, pur avendo un cuore pieno di sogni, non si ritrae dall’onere di raccontarti la realtà. Il suo ep ti ricorda un Battisti più morbido e un Max Gazzè meno studiato. Comprendi che di strada ne dovrà ancora fare ma ti aspetti , anzi sai già, che un suo album futuro ti darebbe motivo d’esser soddisfatto. Le canzoni sono belle, e sono pulite. Conosce certosinamente la lingua in cui scrive ma non per questo la maltratta, strizzandola come un limone per ottenerne parole più “arzigogolate” (come vuole l’aggettivo d’altronde).
Durante il cambio palco un altro talento siciliano si esibisce nel piccolo quanto accogliente palchetto del “Folk the Casbah” . Il suo nome é Pierpaolo Marino, la gente lo ha circondato creando un’intimità ancora maggiore, un ambiente più nascosto e per questo particolarissimo. Sembra tutto un enorme e armonico continuum musicale, non c’è nulla che non vada in questa serata.
E in fine il trio che aspettavo con più ansia, la curiosità di sentirli live dopo le lodi che tutta la rete aveva tessuto loro intorno. Salgono sul palco i Di Martino. Vederli suonare ti mette grinta, tensione sulle spalle, nei piedi, sulla testa! Ti confonde quando osservi le smorfie empatiche di Simona Norato, un talento infinito che passa da uno strumento all’altro come fossero giocattoli e quando apre la bocca ti rassicura immediatamente, tutta quella smania di gioco le è passata. Ti intenerisci quando poni l’attenzione sullo stile di Giusto Correnti, che è tanto bello da guardare quando picchia forte sulle casse e ti sembra che dopo voglia dar loro un bacio, quasi per scusarsi. E poi c’è Antonio, il “pupetto” lo ha chiamato Simona. Antonio che conosce e scrive le belle parole, che omaggia i grandi con rispetto (da brividi la loro cover di “Giugno ’73”) e parla al pubblico senza filtri, come se stessimo sul palco con lui. Il loro primo lavoro “Cara Maestra abbiamo perso” di primo ha ben poco. E’ il prodotto carico dell’esperienza dei Famelika
(di cui ci hanno proposto l’energica “Brucio il mio basso”) senza però rimanerne vincolato.
In questa atmosfera così bella, di agio puro e totale, ti viene naturale goderti e forse anche tentare di comprendere l’ironia amara di “Ho sparato a Vinicio Capossela” che come dice lo stesso Antonio Di Martino:  

- Non è una canzone contro di lui. Semmai è contro di me.

E sentendolo così vicino a te nel suo modo di porsi e di guardarti ti lasci volentieri portare via dalla storia d’amore d’altri tempi di Marzo ’48. Finisci per appoggiare l’assunto del “Cambiare idea” perché “tutto scorre” e “siamo immersi in un profondo divenire” e ti emozioni tanto quando delicatamente dice:
“se non fossimo noi due saremo altri due, felici, come valige cadute da un aereo di linea, felici, come animali d’ appartamento”. Non hai mai sentito metafore così belle sui bagagli non è vero?
E’ stato un piacere ascoltarli, e vedere il loro banchetto dei cd preso d’assalto da bambini, ragazzi e (a quanto pare) anche anziani.
Alla fine della prima giornata il mio pensiero volava alla mia adolescenza da outsider, un po’ snob forse, un po’ incompresa anche, un po’ finta-vittima lo stesso. Era come se m’avessero ridato un po’ del tempo passato a casa a rimurginare e in fondo…era solo l’inizio.
Yok

martedì 2 agosto 2011

Attacco di Panico al Supereroe



Avrei voluto darle un nome. Un nome che colpisse come Gotham, New York o la più recente (ma solo nell'ordine di documentazione) Central city, ma non mi è mai riuscito.
Sono abituata a dare nomi alle cose, a darli alle persone. Mi fa star bene l'idea di poter offrir loro qualcosa di mio. Di appellativi scelti da altri è pieno il mondo ma un libro di nomi fatto da me è altra cosa. Alla mia città hanno dato il nome gli arabi o i normanni, non so bene, non è mai stato mio interesse (mio malgrado) preoccuparmene.
Ma non averla amata, amata nella sua sporcizia, nella nebbia che mai c'è stata e nel vento che invece ha sempre imperato caldo e sabbioso, quello è stato il demerito più grande.
Dare i nomi alle cose, dare i nomi alle persone, se l'avessi amata come Lo Spirito amava Central city avrei saputo vederla donna e sarebbe stata la prima con cui avrei fatto l'amore.
Avrei trovato segni della sua fedeltà al tramonto che è sempre bello anche se la spiaggia ,di giorno e di notte, non c'è più.
Un po' blu e un po' viola quando ti affacci sulla costa rocciosa, qualunque sia l'angolazione da cui tu lo guardi.

Ho visto un film più e più volte dove un uomo, ma non uno qualunque, un uomo che aveva suonato coi Beatles, aveva detto d'aver chiamato la sua tromba Gina, e anche lui diceva che quando la suonava era come accarezzarla, fare all'amore con Gina Lollobrigida.

Joey 'Labbra' Fagan aveva la sua Gina.
Lo Spirito ha molte donne ma l'unica a cui è fedele è Central city.
Io che non so suonare la tromba e ad oggi non ho nemmeno una città, mi accontento di "intitolare" la gente e respirare bene.
L'attacco di panico del supereroe è cosa più diffusa di quanto si creda.
E allora devi respirare bene, respirare bene e dar nomi alle cose, alle persone, così da ricordare perché ancora ti stufi, gridi, graffi e mordi per difenderla.
Finché non troverai un posto dove restare, una donna d'amare come fosse il tuo luogo natio o viceversa, lasciare che t'ami come il tuo primo giorno d'ospedale.

Questa è la mia città. Avrei voluto tanto essere il suo Spirito.


giovedì 21 luglio 2011

cinquezerocinque



Anna ha creduto che sarebbe stato bello tornare ad avere delle pareti intorno. Le sue, le tue, di gesso, di legno, anche di stoffa.
Da quando si sono abituati a certi ritmi le loro peculiarità sembrano aver trovato in quelle dell'altro uno stato di pace assoluta. Lei lo sveglia e lo incoraggia e in cambio lui le toglie le ansie, la vede meno cupa di quanto sia in realtà e la fa brillare come una lucciola.
Chissà se a lui piacciono le lucciole. Sta cercando da giorni il nomignolo più adatto per addolcire la durezza di un'abbreviazione. Lucciola non lo sarebbe affatto ma non è una sua colpa, sono le convenzioni sociali a sminuire la grazia di questo animale.
Così Anna ha creduto che sarebbe stato bello tornare ad avere delle pareti intorno. Pareti di uomini che hanno attutito le loro cadute, quelle che le hanno causate e quelle che l'hanno trattenuto quando sulle sue gambe traballanti l'aveva tirata su solo per farle sentire il suono acceso di quel "lampo urlante".
Li avevo visti delusi alla fine dell'ultimo pezzo ma poi al rientro sul palco le chitarre hanno ricordato loro il numero di una stanza d'albergo in cui non sono mai stati ma che forse hanno più e più volte immaginato.
Una stanza d'albergo senza troppe coperte ma una bella luce dalle fessurine delle persiane.
Una 505 per attenderlo che ci metta 7 ore di volo o 45 minuti in macchina. Una 505 per restare sdraiata su un fianco con le mani tra le cosce e il pensiero fisso sulle lancette.

Anna guarda la porta della stanza e sorride, pronta ad accoglierlo di nuovo con un arrivederci.



lunedì 20 giugno 2011

Piccolo, amabile flusso sanguigno.


Mi sono stesa. E' come se sentissi il bisogno di rilassarmi ancora anche se faccio nulla tutto il giorno.
Il meritato riposo.
L'idea di aspettare qualcosa rende la distesa più eccitante (modificando Andy Warhol ). Certo che Warhol doveva aver aspettato per un sacco di cose. Quando guardi i suoi lavori senti un'eccitazione repressa sfogarsi direttamente dalle forme.
In questo momento sento di non avere sangue nelle vene. Lo sento e non è affatto un male. Lo sento e mi va benissimo così. Sono come un palloncino sgonfio che dice parole su parole con un vocina ridicola figlia dell' Elio. E' come se ti avessi intorno alla stanza, ad aleggiare su di me, sul mio giovane capezzale. Mi stupisco di come guardare il tuo scorrere mi faccia sentire ancor più morbida, ancor più rilassata del solito.

Essendo il tuo flusso anche il mio, è difficile percepire a pieno i tuoi colori.

Mi spiego meglio, non ho più sangue nelle vene perché é uscito da me. E' andato via ed è andato al nord.
Tu lo hai raccolto e inghiottito come fanno i demoni dello studio Ghibli, gli spiriti di Miyazaki.
Ma il mio è un sangue potente, vorace, brillante, non si fa inglobare facilmente e allora al posto di prendere le tue di sembianze è rimasto un flusso fluido e rossastro e sei stato tu a dover sacrificare la tua fisicità.
Adesso che sono davvero morbida, più morbida di sempre, posso finalmente osservarti bene.
A qualche centimetro da me ti vedo nuotare come solo le gocce d'olio giunte nell'acqua sanno fare. Sei lentissimo, sei il flusso sanguigno più lento che abbia mai visto. Piccolo, amabile flusso sanguigno.
Ma più vai lento e più riesco a distinguere le tue sfumature di tono. Stando ben distesa e ben attenta riesco a vederne sette e sono quelle che spuntano solo dopo il temporale. Buongiorno Arco di Pioggia.

-E' bello averti di nuovo vicina.
-Lo sai, sei la mia scusa preferita per "viaggiare".



Saluti da una donna con la S

venerdì 17 giugno 2011

km, cm, dc, mm.







This could be destiny
Oh sweetheart
I've had no sense of time
Since we started
I got friends in need
Oh sweetheart
I'd go lengths and lengths and lengths of love
Since we started this thing now

Combat salacious removal
Combat salacious removal

There is a bitter breed
Oh sweetheart
They will be watching you sometimes
With their bitter hearts

But we went through with these
Oh we're shifting the heartache
We want strong summer love, the most robust of blood
Just to stay awake

Combat salacious removal
Combat salacious removal

Combat salacious removal

E' così difficile adattarsi alla lunghezza dell'amore che quasi 
mi vien voglia di tagliarmi via le gambe e smetterla di correre 
per raggiungerti. In realtà non è una retta quella che percorro.
In verità sto solo gareggiando su un tapis roulant. Posso 
misurare le pulsazioni del mio cuore durante il tragitto, 
posso contare le calorie perdute, posso asciugarmi la fronte, 
ma non riesco a giungere da te. 

Oh Tesoro, la lunghezza dell'amore è già così difficile da
pronunciare che non ci va nemmeno di rischiare di nuovo. 
A pronunciare parole errate siamo stati troppo bravi e adesso 
dobbiamo impiegare il tempo in maniera più fruttuosa. 
Da un po' a questa parte ,infatti, mi sono messa a 
cucire un sciarpa di lana sperando di riuscire a portartela 
in tempo per l'inverno. Più è lunga e colorata la sciarpa, 
più mi sembra di renderti più arcobaleno del solito.

Mi piace quando mi guardi attraverso lo schermo, fai pesare 
di meno il cammino.

mercoledì 15 giugno 2011

Il rituale del pizzicotto



Quando quello che troviamo piacevole al tatto e piacevole alla vista coincidono nella mente è allora che siamo giunti a destinazione.

Dammi un pizzicotto, nemmeno, una sorta di solletico sul mio pancino.
Quella è la sensazione che cerco di provare ogni volta che sto per andare a dormire. Ogni volta che sto per mettere il pigiama e vorrei che me lo mettessi tu.

Il mio amore è egoista e mi auguro, non solo, scommetto che il tuo sia lo stesso.
Chiederti di prendere il buono del mio pancino e farne cose belle non è una mia richiesta. Lo fai già di tua sponte.
Il tuo amore è egoista e credo che in fondo lo sia anche il mio.
Prendere il buono di più di un pancino e farne cose belle come ho sempre fatto. Prendere il buono di un po' di tutto e poi tenermelo per me e chissinefrega. Il mio amore è tanto egoista.

Il rituale del pizzicotto è nato spontaneamente, non ci abbiamo riflettuto troppo. Il pizzicotto è una piccola pianta di menta selvatica che cresce ogni volta che ti avvicini al mio pancino.

Come se ti stesse aspettando, la mia camera negli ultimi giorni ha deciso di boicottarmi. E' un boicottaggio posato e pensato. La mia stanza ha deciso che finché tu non metterai piede in casa io non potrò dormirci dentro. E così mi devo arrangiare. Non posso combattere la mia pigrizia così facilmente. Più sei lontano, più divento pigra. Più sei lontano, più resto in pigiama.

Ti chiedo sempre di immaginarmi come qualcosa di buffo, qualcosa che ti rilassi, qualcosa di bucolico o qualcosa che ti sappia di casa. Te lo chiedo perché è così che voglio che tu mi veda al tuo arrivo, quando sarai fuggito dal caos della metropoli per venirti a rintanare tra le viole senza pensiero del mio giardino.

Il rituale del pizzicotto è nato spontaneamente, neanche ci fossimo impegnati a realizzarlo. Il pizzicotto è solo una piccola parte della nostra gestualità di coppia che, vincolata ai crucci della lontananza, deve inventarsi e rinascere di nuovo ogni giorno. La distanza si muove come gli yoyo che consideravo estremamente attraenti ad un certa età. Quelli con la frizione, in particolare, si illuminavano quando riuscivi a tenerli in linea per qualche secondo.

Ecco, noi stiamo rimanendo in linea per un po', almeno finché tu non potrai darmi un pizzicotto sul pancino e ricordarmi che non siamo più così distanti. Stiamo rimanendo in linea per un po', almeno finché io non potrò svegliarti la mattina tardi e prepararti il pane.