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venerdì 12 agosto 2011

"Rock the Casbah Fest" giorno 1: Mazara Cambia Idea



09/08/2011
Mazara del Vallo
(terra di sole, di mare, di controversie e pace e
patria combattuta della Yoko Mandorla)

E nasce tutto dall’impossibilità di credere di poter vedere qualcosa di bello, qualcosa di veramente bello nei vicoli in cui cresciuta. E la decisione di iniziare a scrivere questa mini-raccolta di sensazioni con una “E” perché in fondo è come se avessi cominciato questo mio pensiero molto tempo fa, quando avevo lasciato questo posto per cercare occasioni migliori e far fuggire il mio cervello. Ritornare qui a Mazara del Vallo, provincia di Trapani, codice postale 91026 (imballa la tua valigia perché le poste potrebbero perderla) e vederla diversa e luminosa pur nel buio del quartiere arabo ti fa bene al cuore. Ti fa sentire a casa, quando casa non hai mai saputo chiamarla.
La realtà della Sicilia è molto più dolce e più delicata di quanto si pensi, anche se a farti le carezze sono le chitarre elettriche e i colpi ben assestati sulle casse. Il “Rock the Casbah fest” , tenutosi il 9 e 10 agosto nel quartiere arabo dei mia controversa città, coccola gli appassionati di musica come fosse la loro nonna. La stessa che li obbliga a mangiare un boccone in più di parmigiana perché: 

- Figghia mia, si sempri fora, sti cosi quannu ti l’ha manciari!


In ritardo sulla tabella di marcia ma in anticipo nella mia cassa toracica, Colapesce ha aperto questa seconda edizione. Pacato nella voce come nelle sue espressioni facciali, Lorenzo Urciullo, mezzo uomo e mezzo sarda (e si che è magrolino il ragazzo), leader del progetto Albanopower ci promette grandi cose senza nemmeno proferire parola. Glielo leggi negli occhi insomma.

“Un hard disk pieno di poesie, non vale nulla se non ci sei tu” è una frase che riassume facilmente quella meravigliosa bipolarità che è il segno distintivo di questo musicista. A sentirla per intero, “Fiori di lana”, ti accorgi che Colapesce ha in sé la delicatezza di tuo padre che ti racconta una fiaba prima di andare a dormire e la sua stessa durezza, quella di chi, pur avendo un cuore pieno di sogni, non si ritrae dall’onere di raccontarti la realtà. Il suo ep ti ricorda un Battisti più morbido e un Max Gazzè meno studiato. Comprendi che di strada ne dovrà ancora fare ma ti aspetti , anzi sai già, che un suo album futuro ti darebbe motivo d’esser soddisfatto. Le canzoni sono belle, e sono pulite. Conosce certosinamente la lingua in cui scrive ma non per questo la maltratta, strizzandola come un limone per ottenerne parole più “arzigogolate” (come vuole l’aggettivo d’altronde).
Durante il cambio palco un altro talento siciliano si esibisce nel piccolo quanto accogliente palchetto del “Folk the Casbah” . Il suo nome é Pierpaolo Marino, la gente lo ha circondato creando un’intimità ancora maggiore, un ambiente più nascosto e per questo particolarissimo. Sembra tutto un enorme e armonico continuum musicale, non c’è nulla che non vada in questa serata.
E in fine il trio che aspettavo con più ansia, la curiosità di sentirli live dopo le lodi che tutta la rete aveva tessuto loro intorno. Salgono sul palco i Di Martino. Vederli suonare ti mette grinta, tensione sulle spalle, nei piedi, sulla testa! Ti confonde quando osservi le smorfie empatiche di Simona Norato, un talento infinito che passa da uno strumento all’altro come fossero giocattoli e quando apre la bocca ti rassicura immediatamente, tutta quella smania di gioco le è passata. Ti intenerisci quando poni l’attenzione sullo stile di Giusto Correnti, che è tanto bello da guardare quando picchia forte sulle casse e ti sembra che dopo voglia dar loro un bacio, quasi per scusarsi. E poi c’è Antonio, il “pupetto” lo ha chiamato Simona. Antonio che conosce e scrive le belle parole, che omaggia i grandi con rispetto (da brividi la loro cover di “Giugno ’73”) e parla al pubblico senza filtri, come se stessimo sul palco con lui. Il loro primo lavoro “Cara Maestra abbiamo perso” di primo ha ben poco. E’ il prodotto carico dell’esperienza dei Famelika
(di cui ci hanno proposto l’energica “Brucio il mio basso”) senza però rimanerne vincolato.
In questa atmosfera così bella, di agio puro e totale, ti viene naturale goderti e forse anche tentare di comprendere l’ironia amara di “Ho sparato a Vinicio Capossela” che come dice lo stesso Antonio Di Martino:  

- Non è una canzone contro di lui. Semmai è contro di me.

E sentendolo così vicino a te nel suo modo di porsi e di guardarti ti lasci volentieri portare via dalla storia d’amore d’altri tempi di Marzo ’48. Finisci per appoggiare l’assunto del “Cambiare idea” perché “tutto scorre” e “siamo immersi in un profondo divenire” e ti emozioni tanto quando delicatamente dice:
“se non fossimo noi due saremo altri due, felici, come valige cadute da un aereo di linea, felici, come animali d’ appartamento”. Non hai mai sentito metafore così belle sui bagagli non è vero?
E’ stato un piacere ascoltarli, e vedere il loro banchetto dei cd preso d’assalto da bambini, ragazzi e (a quanto pare) anche anziani.
Alla fine della prima giornata il mio pensiero volava alla mia adolescenza da outsider, un po’ snob forse, un po’ incompresa anche, un po’ finta-vittima lo stesso. Era come se m’avessero ridato un po’ del tempo passato a casa a rimurginare e in fondo…era solo l’inizio.
Yok

martedì 2 agosto 2011

Attacco di Panico al Supereroe



Avrei voluto darle un nome. Un nome che colpisse come Gotham, New York o la più recente (ma solo nell'ordine di documentazione) Central city, ma non mi è mai riuscito.
Sono abituata a dare nomi alle cose, a darli alle persone. Mi fa star bene l'idea di poter offrir loro qualcosa di mio. Di appellativi scelti da altri è pieno il mondo ma un libro di nomi fatto da me è altra cosa. Alla mia città hanno dato il nome gli arabi o i normanni, non so bene, non è mai stato mio interesse (mio malgrado) preoccuparmene.
Ma non averla amata, amata nella sua sporcizia, nella nebbia che mai c'è stata e nel vento che invece ha sempre imperato caldo e sabbioso, quello è stato il demerito più grande.
Dare i nomi alle cose, dare i nomi alle persone, se l'avessi amata come Lo Spirito amava Central city avrei saputo vederla donna e sarebbe stata la prima con cui avrei fatto l'amore.
Avrei trovato segni della sua fedeltà al tramonto che è sempre bello anche se la spiaggia ,di giorno e di notte, non c'è più.
Un po' blu e un po' viola quando ti affacci sulla costa rocciosa, qualunque sia l'angolazione da cui tu lo guardi.

Ho visto un film più e più volte dove un uomo, ma non uno qualunque, un uomo che aveva suonato coi Beatles, aveva detto d'aver chiamato la sua tromba Gina, e anche lui diceva che quando la suonava era come accarezzarla, fare all'amore con Gina Lollobrigida.

Joey 'Labbra' Fagan aveva la sua Gina.
Lo Spirito ha molte donne ma l'unica a cui è fedele è Central city.
Io che non so suonare la tromba e ad oggi non ho nemmeno una città, mi accontento di "intitolare" la gente e respirare bene.
L'attacco di panico del supereroe è cosa più diffusa di quanto si creda.
E allora devi respirare bene, respirare bene e dar nomi alle cose, alle persone, così da ricordare perché ancora ti stufi, gridi, graffi e mordi per difenderla.
Finché non troverai un posto dove restare, una donna d'amare come fosse il tuo luogo natio o viceversa, lasciare che t'ami come il tuo primo giorno d'ospedale.

Questa è la mia città. Avrei voluto tanto essere il suo Spirito.